mercoledì 16 dicembre 2020

ossigeno

Il Covid ci ha fatto capire quanto sia importante respirare, inalare aria buona, “ingoiare” ossigeno. Il futuro prossimo dovrà essere dedicato alla cura del pianeta e tutti noi ne dovremo avere responsabilità. “ossigeno” è un progetto di forestazione territoriale, per il quale ogni individuo si impegna a piantumare un albero all’anno. Dalle piante arriverà la cura del pianeta.

giovedì 3 dicembre 2020

chimica

Siamo tutti la stessa composizione chimica. Ogni umano è l’insieme degli stessi elementi compositivi: idrogeno, ossigeno, carbonio, azoto, calcio e fosforo. Eppure, ognuno di noi, è diverso dall’altro. Sono le conoscenze a renderci differenti; quello che leggiamo, impariamo e capiamo, crea personalità molteplici, crea diversità, cioè quella cosa di cui il mondo ha fottutamente bisogno.

lunedì 16 novembre 2020

LA FACOLTÀ DI VIVERE

Per riabitare i paesi ci vuole la religione dei luoghi. Una sacralità disoccupata, la stessa che è in noi.

Franco Arminio


Ad abitare il sud ci vuole orgoglio!

Ad abitare i borghi e le aree interne del sud ci vuole follia, una dose insensata di incoscienza, di forza carnale e viscerale, di psicopatia allo stato cronico e, forse, anche tanto amore delirante.

Nel dibattito post-Covid di questi mesi, queste entità urbane, i borghi per l’appunto, per decenni ignorate e messe ai margini di ogni discussione sullo sviluppo urbano, hanno assunto il ruolo di protagoniste, divenendo un rifugio protetto dall’incedere, pericoloso ed arrogante, della pandemia nelle città. Isole felici di aria buona e distanziamento naturale, dove ad un’assenza di inquinamento atmosferico si associa una genuinità del vivere quasi arcaica, fatta di riti e di tempo immobile. Insomma, una visione romantica di un mondo bucolico e fuori dalle frenesie contemporanee.

Ma vaglielo a spiegare alle soubrette dell’architettura e dell’urbanistica che occupano ogni spazio giornalistico, o ai filosofi delle scienze sociali e politiche che vomitano saggi in quantità industriale, o ai commentatori del tutto e del contrario di tutto che fanno dei social il loro pascolo d’altura, che vivere in un borgo è alquanto estremo, e se poi è un borgo del suditalia, questo può diventare un atteggiamento quasi miracoloso.

Ciò non significa che non sia bello abitarci: è solo un po’ più articolato, complicato, coraggioso, rispetto alla città, anche quando invece questo dovrebbe essere la normalità in una nazione che si possa definire “civile”, ed arrivare a farlo non è un automatismo tanto fluido e preciso, né esente da scoraggiamenti e frustrazioni.

Eppure viverci è una facoltà per pochi, una facoltà che dovrebbe essere invece garantita a tutti, soprattutto a chi c’è nato: abitare le proprie radici dovrebbe essere un diritto costituzionale, universalmente riconosciuto, e inscalfibile.

Eppure la qualità di vita che regala un piccolo borgo ha un valore impareggiabile nell’economia del benessere individuale.

Eppure, per chi sceglie di farlo, e per chi può farlo, vivere in un’area interna, è un privilegio che va colto nella sua comprensione più intima.

Eppure, nonostante dal di fuori oggi appare che la vita in una piccola realtà urbana sia quanto di più magico possa esistere, purtroppo non è così.

Allo stato attuale, in Italia, il 16% della popolazione (poco meno di 10 milioni) vive in comuni di dimensioni inferiori a 5.000 abitanti, con tutte le difficoltà di sorta legate ad orografia, infrastrutture, servizi, che questo comporta, nonostante la nostra nazione sia sempre stata, sin dal suo sorgere, la federazione dei municipi: organi amministrativi e corporativi di dimensioni contenute, capaci di segnare il territorio in modo determinante, in termini economici ed anche paesaggistici.

La dimenticanza dell’epica e dei fasti dei municipi, e quindi la loro conseguente agonia culturale, avviene con l’era moderna, quella dell’industrializzazione, quella della perdita di sacralità verso il luogo che si abitava, quella dell’aggressione al senso naturale delle società umane. E così, i piccoli centri, svuotati di senso e di abitanti hanno declinato il loro futuro verso la tragedia dell’abbandono.

Cosa sono oggi i borghi, i loro centri storici, i loro monumenti, le loro campagne e le loro strade?

Scatole e distese vuote. Eh sì, sono spesso contenitori di pietra e calce, lingue di asfalto e campi incolti, privi di senso vitale. In essi la quotidianità è un’eccezione, non la regola, e a fronte di questa emorragica perdita di vita, le politiche urbane di questi anni sono state scarse ed inefficaci, per due ordini di motivi.

Il primo, è dovuto ad un approccio puramente materiale verso il tentativo di recupero delle identità delle aree interne. Non servono politiche quantistiche, o esclusivamente monetarie, o di finanziamento, per riabilitarle. Occorre un metodo poetico, fatto di conoscenza e di cura, di piccoli atti di rispetto e di integrazione, dove le leggi del recupero siano scritte dal basso, da chi quei luoghi ancora li vivi e con fatica li preserva, e di intendimenti alti, culturalmente alti, non fatti solo di impalcature, gru e calcestruzzo.

I borghi si rifanno perché sono le loro comunità a rifarli, quando si creano e si condividono idee semplici, con una visione chiara, con una causa buona ed etica, ed imprimendo una grande dosa di fiducia in chi partecipa a quel processo rigenerativo, come se fosse un polmone che respira ottimismo.

Il secondo, è legato al senso di accessibilità. Spesso, nella maggior parte dei casi, i piccoli centri interni, sono elementi naufraghi nel paesaggio, arroccati ed inespugnabili, per conformazione geografica e per impianto urbanistico, isolati dall’intorno per quello spirito difensivo che ne aveva innescato la nascita. Se non si comprende che uno degli elementi necessari alla riattivazione dei centri urbani minori è dare ad essi accessibilità, non si potrà mai pensare ad un loro pieno recupero. Serve accessibilità alle persone, alle merci, ed ai dati, e questo implica che l’infrastrutturazione, fisica ed immateriale, va riqualificata o creata ex novo.

Ma prima di tutto, e concludendo, le infrastrutture più urgenti e necessarie ai borghi sono di tipo mentale e culturale.

Spesso si abbandona non per necessità, ma per vezzo. Ecco perché l’orgoglio è un elemento fondamentale per tener in vita questi centri. L’orgoglio dell’appartenenza, innanzitutto. L’orgoglio della propria storia.

Spesso si abbandona per necessità. Da qui, il ripopolamento passa attraverso la capacità di mettere in piedi politiche di riavvicinamento, basate sul diritto al lavoro (anche da remoto), alla salute ed all’istruzione. I centri storici, o i piccoli comuni delle aree interne, all’interno dei quali non ci siano presidi di istruzione e di cultura, luoghi di cura alla persona e reti di accesso ai dati, capienti e veloci, sono destinati a rimanere vuoti.

Spesso, e non da ultimo, si abbandona per incapacità. L’incapacità più grande è quella di scegliere, in libertà e con amore. Sovente, la responsabilità di questi atti non appartiene alla maggioranza. Vivere il borgo, vivere il sud, a prescindere dalla possibilità economica o meno, è un atto di libero arbitrio, di grande attaccamento ai luoghi ed alle sue genti, agli odori ed alle luci delle sue contrade, al senso di un divenire distorto ma umano. Spesso si abbandona perché si è incapaci ad amare ciò che si ha.

giovedì 23 aprile 2020

ABITARE LA PANDEMIA #4/4

LA RESPONSABILITÀ DELLA SOLITUDINE.

- [ ] COMPROVATE ESIGENZE LAVORATIVE
- [ ] ASSOLUTA URGENZA
- [ ] SITUAZIONE DI NECESSITÀ
- [ ] MOTIVI DI SALUTE

Barra il motivo del tuo spostamento…
…in questi 46 giorni siamo dovuti diventare anche questo: una giustificazione ai nostri comportamenti; un’assunzione di responsabilità al nostro distanziamento sociale, alla nostra solitudine.
Questo è il quarto scritto di “Abitare la pandemia”, l’ultimo. Simbolicamente, quattro, è stato sempre un numero importante nella mia vita, ed oggi è evocativo di questo concetto che porta il suo nome, quarantena, di questa strana forma di vita che abbiamo avuto il privilegio (o la sfortuna, fate voi) di provare.
Eppure, (ora dirò una cosa forse impopolare!), questa alterata condizione vitale a me mancherà.
Mancherà quel tempo per l’io che si è palesato in tutta la sua irruenza; quel tempo introspettivo, quello fermo, senza pretese, senza ansie ed angosce.
Mancheranno le città ed i borghi presi d’assalto dal vuoto, dagli animali, dalla vegetazione, dall’aria pulita e dalla mancanza di rumore.
Mancherà il profumo della carta dei libri, quel profumo che toelettava le giornate, desiderato, sospirato, come quando si aspetta un’amata sotto casa.
Ed allora torneremo ad abitare la norma, la distopia, abbandonando lo straordinario di questi mesi, l’inaspettato, il pericolo, la morte, l’utopia di un futuro migliore.
Forse torneremo ad essere banalmente ordinari, senza più riflessioni profonde, senza più quel barlume di senso di comunità che ci ha visti per un momento nell’olismo naturale, ed ovvio, (ma non tanto scontato), delle cose.
Torneremo ad essere soli. Soli in mezzo agli altri, con una responsabilità nuova, tutta nostra, individuale. La responsabilità di trovare nuove strade, nuove prassi, nuove idee per uscire dal turbamento di questa vicenda.
La responsabilità di questa solitudine che ci aspetta non sarà più un foglio di carta sul quale segnare e giustificare all’autorità cosa stiamo facendo e per quale motivo imprescindibile lo facciamo. La responsabilità sarà quella di diventare tutti un po’ pensatori del prossimo futuro, e meno faccendieri, dando un senso creativo alle attività nuove che ci aspettano, all’economia delle cose, all’ecologia del nostro vivere: una necessità arborea, naturale e vegetale, più sostenibile e fatta di meno prove muscolari, di più mediazione e di più senso femminile.
Sì, di senso femminile.
La virulenza delle ultime settimane ci ha mostrato come il corpo delle donne sia più resistente di quello degli uomini, e di come l’amministrazione della crisi da parte delle donne abbia avuto più efficacia, in tante nazione da esse governate, rispetto a quella gestita da maschi.
Forse è il caso di iniziare da qui: dal corpo delle femmine, da una visione meno mascolina e più accorta, che porti a ripensare la conduzione del globo come ad una conduzione più domestica, fatta di piccoli, ma continui, gesti d’amore per sé e per gli altri.
Impariamo dalla contrazione del tempo e dello spazio che il virus ci ha imposto.
Iniziamo.
Buon inizio.

giovedì 16 aprile 2020

ABITARE LA PANDEMIA #3/4

LETTERA AD UN FIGLIO DALLA QUARANTENA.

Amore mio,
hai navigato per mesi in placide acque, intime, piene di penombra, ed oggi, che di colpo la luce scrive su di te l'enigmatico senso della vita vera, non sembri per nulla spaventato. Anzi, sembra quasi che tu già ne conosca la verità, la dirompente impressione che darà ai giorni tuoi, la splendida palpitazione che scandirà le tue emozioni: sembri già vissuto.
È stata brava allora la tua mamma ad "educarti" in questi mesi. È stata abile ad "insegnarti" la vita ancor prima che tu la vivessi. Ma è anche per questo che ella è la donna che s’ama: per l'accortezza dei suoi modi.
Splende il sole al tuo arrivo. Ma non il sole di un giorno qualunque, non il sole metereologico. Il sole abbacinante della mia, e nostra, felicità.
Vieni in un mondo che ha l’aria malata; in un mondo dove la gente trova l’ultimo saluto in una catasta di miseria umana e solitudine.
Ti racconterò, un domani, di come questo periodo umbratile ha eroso le nostre certezze; di come il nostro traccheggiare sull’insolenza di un microbo ci ha resi instabili, più umani e meno dei. Te lo racconterò tutto questo affinché possa sentirti parte di un’umanità che ha un fottuto, impellente e necessario, bisogno di umiltà.
Ti auguro, per questo, sogni estroversi, ribelli, furiosi come burrasche di mare.
Ti auguro giorni nuvolosi, che sanno di assalti e di battaglie.
Ti auguro l’umiltà dei primi, di quelli che sanno vedere oltre il proprio io, senza prevaricare l’altro.
Ti auguro di vincere, dove noi non abbiamo saputo farlo.
Il resto è noia ordinaria che non ti deve appartenere.

giovedì 9 aprile 2020

ABITARE LA PANDEMIA #2/4

PRIMA PERSONA PLURALE.

Vivo e lavoro in un quartiere centrale ma abbastanza popolare, densamente abitato e fatto di case in linea, fronteggiate le une con le altre, con strade non larghe, ma neanche strettissime, composto da una popolazione variegata, per età, ceto sociale ed etnia.
Come ogni mattina scendo in studio, apro le imposte, mi lascio bagnare dal sole che mi sorge in fronte, ed esco in balcone per capire che giorno sarà. In questi trenta giorni di isolamento sociale non ho mai trovato il mio quartiere trasfigurato, anzi. A differenza di quelle foto che si vedono in giro, di piazze deserte e mute, questo mio luogo ha sempre mantenuto alta la sua vitalità, se non addirittura incrementandola: è ovvio, non c’è gente per strada, ma da ogni finestra, da ogni terrazzo e da ogni angolo remoto, esce sempre la forza vivida di un saluto, di una parola, di una chiacchierata, di un conforto, di una canzone. Questo quartiere si è riconfigurato. E con esso si è rigenerato un concetto di vicinanza, di piccola comunità aggregata.
“La nostra casa è il luogo più sicuro”. È questo quello che ci viene detto per farci isolare dagli altri, e per renderci protagonisti attivi del processo di azzeramento dei contagi. Lo spazio pubblico si è azzerato, compresso in una dimensione domestica che ha fatto delle nostre case piazze e palcoscenici virtuali. Forse ci hanno invocato una paura eccessiva verso gli spazi collettivi. Forse ce la porteremo addosso per un po’.
Di sicuro, le nostre prossime quotidianità saranno diverse: gli spostamenti si comprimeranno ed il senso romantico di prossimità avrà un valore nuovo.
Avrà sicuramente più senso quella che per anni è stata bistrattata e forse mortificata da tanta cultura del progetto globalizzata: l’idea del vicinato, e la ridefinizione della sua prossemica, forse per anni intesa come esperienza alienante rispetto ad una velocità iperbolica delle società umane, e che da domani si riproporrà, invece, come un modello vincente in una realtà infettata da ben altri virus.