giovedì 16 aprile 2020

ABITARE LA PANDEMIA #3/4

LETTERA AD UN FIGLIO DALLA QUARANTENA.

Amore mio,
hai navigato per mesi in placide acque, intime, piene di penombra, ed oggi, che di colpo la luce scrive su di te l'enigmatico senso della vita vera, non sembri per nulla spaventato. Anzi, sembra quasi che tu già ne conosca la verità, la dirompente impressione che darà ai giorni tuoi, la splendida palpitazione che scandirà le tue emozioni: sembri già vissuto.
È stata brava allora la tua mamma ad "educarti" in questi mesi. È stata abile ad "insegnarti" la vita ancor prima che tu la vivessi. Ma è anche per questo che ella è la donna che s’ama: per l'accortezza dei suoi modi.
Splende il sole al tuo arrivo. Ma non il sole di un giorno qualunque, non il sole metereologico. Il sole abbacinante della mia, e nostra, felicità.
Vieni in un mondo che ha l’aria malata; in un mondo dove la gente trova l’ultimo saluto in una catasta di miseria umana e solitudine.
Ti racconterò, un domani, di come questo periodo umbratile ha eroso le nostre certezze; di come il nostro traccheggiare sull’insolenza di un microbo ci ha resi instabili, più umani e meno dei. Te lo racconterò tutto questo affinché possa sentirti parte di un’umanità che ha un fottuto, impellente e necessario, bisogno di umiltà.
Ti auguro, per questo, sogni estroversi, ribelli, furiosi come burrasche di mare.
Ti auguro giorni nuvolosi, che sanno di assalti e di battaglie.
Ti auguro l’umiltà dei primi, di quelli che sanno vedere oltre il proprio io, senza prevaricare l’altro.
Ti auguro di vincere, dove noi non abbiamo saputo farlo.
Il resto è noia ordinaria che non ti deve appartenere.

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