giovedì 2 aprile 2020

ABITARE LA PANDEMIA #1/4

QUESTA NUOVA GEOGRAFIA DELLE EMOZIONI.

Ci siamo svegliati una mattina e siamo diventati inconsapevoli protagonisti di una pagina della storia dell’umanità.
Non avremmo mai pensato di recitare questo ruolo, eppure, il destino ce lo ha assegnato.
Forse c’era da aspettarselo, forse non era propriamente destino, ma l’uomo è quella specie, tra gli esseri viventi, che posticipa sempre a domani la risoluzione dei suoi problemi, e rimbalza costantemente gli echi delle emergenze che il suo pianeta gli fa risuonare.
La pandemia ci ha posto davanti la condizione di un mondo malato, bisognevole di attenzioni, che dalla sua carne viva espelle infezioni letali.
Ci siamo di colpo trovati a dover contenere la quotidianità dentro le quattro mura della nostra mediocrità, fatte di specchi che riflettono noi stessi all’infinito, e che non sempre rilasciano immagini di noi confortanti.
Qualcuno, in questi giorni, ha detto che “stiamo vivendo un momento incredibile, perché ci costringe ad essere una moltitudine infinita di isole”.
Isole circondate dal mare dell’informazione, che riempie ed invade, che pone tensioni e paure che mangiano l’anima, che ci rende estremamente connessi ma anche estremamente soli.
O forse no. O forse questa solitudine da “isolani” la dobbiamo cogliere solo come una lezione del tempo, che ci insegna e ci impone il suo valore. O forse ancora, citando Thomas Merton, “nessun uomo è un’isola, in sé completa: ognuno è un pezzo di un continente, una parte di tutto”.
Del resto, anche Papa Francesco, in quella sua teatrale benedizione alla città ed al mondo, ha tenuto a precisare che “nessuno si salva da solo”, e che ognuno di noi deve essere il senso più prossimo ad un concetto di comunità.
Non so se ci riusciremo, e non so se ne usciremo migliorati. È certo però che una nuova geografia delle emozioni ha rotto i confini delle nostre individualità, proiettandole in un oltre che ha la parvenza di una collettività unita dal comune senso di sopravvivenza; una società interconnessa, iperrealista, e forse anche un po’ più generosa.
Il futuro sta in una parola: cura.
Cura dal virus, con la speranza che il raziocinio della scienza metta fine a questo trauma della vicinanza con l’altro.
Cura del pianeta, per evitare che lo sfruttamento indecente delle sue risorse, non permetta ad altri micro-millesimali organismi di presentarsi a portarci il conto della nostra arroganza.
Cura delle nostre società. Ed in questo vedo nelle professioni creative, che hanno insite dentro di loro la cultura del progetto e del fare, la capacità di delineare scenari nuovi, opportunità diffuse, slanci imponenti e modalità diverse di sentire l’altro.
Ci toccherà disegnare questa nuova geografia delle emozioni. A tutti.
Buona lavoro a noi.

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